Sara Taricani

Portami il girasole ch’io lo trapianti nel mio terreno bruciato dal salino…

Ubi maior?

Posted on | Ottobre 4, 2007 |

Alfonso Fuggetta promuove nel suo blog una riflessione interessante sulle lingue rilanciando ai suoi lettori un articolo di Andrea Bonanni su Repubblica.
A quanto pare, nel contesto della riunione informale dei ministri europei della Giustizia e dell’Interno a Lisbona è stato fissato, per il pranzo di lavoro, un numero di lingue degne di traduzione: inglese, francese, tedesco, portoghese e sloveno.
Sembra anche che il ministro Mastella si sia lamentato moderatamente.
L’interrogativo di Bonanni è chiaro:

Meglio far parte di un Paese, come la Germania, talmente forte in Europa che nessuno si permette di escluderne la lingua nelle riunioni di qualsiasi livello; oppure meglio far parte di un Paese i cui ministri siano in grado di capire e di esprimersi correttamente almeno in inglese o in francese?

Certo, il fatto che sia stato preferito lo sloveno all’italiano lascia un po’ di amaro in bocca, ma anche il fatto che i nostri rappresentanti non abbiano molta dimestichezza con le lingue straniere (chi non ricorda Pliiz visit Itali? ) è ugualmente sconfortante e secondo il mio punto di vista sarebbe meglio focalizzare su una lingua sola, e in particolare sull’inglese, il nuovo esperanto, per agevolare al meglio la comunicazione.

Già ho trattato nel post Invasion? i cambiamenti linguistici a cui l’inglese sta andando incontro, tuttavia ho trovato un articolo originale che esplora l’altra faccia della medaglia e stigmatizza la diffusione dell’inglese per i doppi fini propagandistici di cui sarebbe impregnata. Riporto qualche passaggio significativo:

L’inglese moderno è una specie di camicia di forza mentale mentre i propositi sono l’emancipazione mentale e l’acquisizione di conoscenza!
Nel suo libro “The rape of imagination” Aminata Traorè del Mali riferisce come in Africa le idee portate dall’inglese distruggono la solidarietà e la coesione sociale, portando la gente ad accettare norme e regole occidentali per organizzare la loro vita economica, anche con condizioni locali del tutto sfavorevoli.
La convinzione che l’inglese sia una lingua neutrale che può favorire la comunicazione internazionale è solo un pio desiderio.
Quelli che avversano la politica internazionale degli S.U. non si rendono spesso conto di poter infliggere dei seri danni economici al loro nemico già bandendo l’inglese da casa loro.
Qualunque persona di cultura anestetizzato precedentemente dalla propaganda americana attraverso la lingua inglese, posto di fronte alla realtà scoprirebbe un nuovo mondo del tutto diverso.
Invece di una “superpotenza” americana vedrebbe un paese in bancarotta che tira avanti con una montagna sempre crescente di debiti.
Invece di una potente centrale scientifica scoprirebbe ingegneri e ricercatori il cui livello in matematica e nelle scienze fondamentali non arriva neppure a quello di un candidato al baccellierato in scienze dell’odierno Giappone.
Non è esagerato affermare che il mondo starà certamente meglio quando la diffusione dell’inglese sarà limitata solo ai paesi di lingua inglese!
Charles Durand (autore de “La mise en place des monopoles du savoir”)
Traduzione per Disvastigo di Giorgio Bronzetti

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