L’incantesimo approssimativo
Posted on | Luglio 23, 2007 |
Chi orbita intorno all’universo grafico di questi tempi avrà la sensazione che stia crescendo all’ombra dei professionisti validi, competenti e coraggiosamente avanguardisti, un sottobosco di distruttori che vantano la paternità di (sconcertanti) loghi importanti.
L’esempio che maggiormente ha scosso l’opinione pubblica e sollevato un polverone di critiche è quello nazionale, indiscutibilmente sgraziato e ben poco accattivante. Poiché è stato creato nel contesto di un rilancio del turismo italiano, questo logo, costato una marea di soldi pubblici insieme al sito ugualmente sconcertante, il tutto, lo ricordo per aumentare lo sconcerto, creato da un’agenzia americana, rappresenta, continuando nella metafora marina, un vero e proprio buco nell’acqua. Verrebbe da dire ai più critici, non ci meravigliamo questa è l’Italia, i buchi nell’acqua sono diventati ormai la norma… invece, in virtù di quel sottobosco proliferante di cui ho accennato all’inizio, sembra proprio che la norma dei buchi dell’acqua si stia diffondendo a macchia d’olio qui e là per il globo.
Il 4 giugno è stato presentato il logo delle Olimpiadi di Londra 2012, disegnato da Wolff Olins, disponibile in 4 colori: arancio, azzurro, verde e fucsia.
Anche qui, già solo a una prima occhiata, lo sconcerto è la sensazione preponderante, che alla lettura del comunicato stampa lascia spazio a uno stupore divertito: un’esegesi talmente compiaciuta e ridondante che lascia non pochi dubbi, il primo senza dubbio è: ma parla di quel logo lì?
Il secondo è: mah forse sono io che non ci capisco niente, adesso lo riguardo…
Alla nuova e attenta osservazione torna lo sconcerto iniziale, raddoppiato d’intensità dopo aver letto il tentativo trapezista di giustificare una creazione anti-estetica e anti-senso e di rastrellare consensi massificati. Faccio una selezione di queste parole fatate:
“The powerful, modern emblem symbolises the dynamic Olympic spirit and its inspirational ability to reach out to people all over the world“;
“The new emblem is dynamic, modern and flexible reflecting a brand savvy world where people, especially young people, … respond to a dynamic brand that works with new technology and across traditional and new media networks“;
“This … iconic brand … sums up what London 2012 is all about – an inclusive, welcoming and diverse Games… (It acts) both as an invitation and an inspiration…”;
Il sortilegio accarezzato lascia il posto a un vero malocchio invece, infatti il giorno successivo alla presentazione ufficiale si sono accaniti un numero ingente di detrattori sconcertati, è nata una petizione per cambiare il logo che ha raccolto quasi 50.000 firme, e il filmato di presentazione del logo è stato ritirato dal sito dopo l’accusa gravissima di provocare crisi epilettiche.
Vi lascio alle parole di Antonio Moro che già una volta mi ha ispirato nel post Svalutation e in questo specifico caso si lancia in un post appassionato, analizzando acutamente questo scempio di professionalità.
Dall’Europa mi sposto velocemente in Asia, e precisamente a Tokio dove è stato scelto il logo per le Olimpiadi del 2016 da una rosa di 18 proposte all’interno di una competizione nazionale. Quello che a noi ignari occidentali potrebbe sembrare un cappio sufficientemente disarmonico, in realtà è un simbolo della tradizione giapponese, una coccarda di buon auspicio chiamata Musubi, usata solitamente negli eventi celebrativi, che include i 5 colori della tradizione olimpica nelle stringhe. Altra selezione di parole fatate:
“Tokyo 2016 … unveiled their highly symbolic logo that is steeped in
traditional Japanese and Olympic cultural values and also hints at a
cutting edge proposition for the Olympic Movement”;
“It ties together sport and culture, urban and natural environment, Japan and the world, the world and peace”;
“The Tokyo 2016 MUSUBI also represents a blend of our Olympic heritage and innovation”.
È bene ricordare che Tokio, insieme a Madrid, Chicago, Praga, Rio de Janeiro sono città ‘applicanti’, cioè candidate ad essere candidate per i Giochi Olimpici. In questa fase è vietato inserire nel logo i simboli olimpici ufficiali, anche se il logo di Chicago sembra contravvenire a questa regola.
La città eletta verrà nominata nell’autunno del 2009 a Copenhagen… magari assisteremo a un vero incantesimo per allora…
Tags: Antonio Moro > grafica > Italia > loghi > Londra > web > webdesign
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3 Responses to “L’incantesimo approssimativo”
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Luglio 24th, 2007 @ 11:48
Propongo come prossimo articolo una guida su come realizzare un “logo professionale”
Luglio 24th, 2007 @ 12:04
@Il Nemico: già è stato scritto qualcosa di illuminante… è il post di Antonio Moro che ho linkato sopra… certo che se leggi approssimativamente non hai modo di farti un’idea… ma con questo caldo ti perdono… (del resto se riesco a perdonare il collega explorer 6 che lascia sempre il telefonino con la suoneria alta in ufficio…)
Luglio 24th, 2007 @ 13:14
è vero quel logo è sconcertante non perchè sia indubbiamente brutto ma perchè fallisce nella prima cosa che dovrebbe essere, un logo.
certo il declino della progettazione affligge tutti i settori digitali, ma la situazione all’estero è comunque molto migliore che in Italia.
quello che descrive antonio è tipico del nostro paese dove, viene detto da anni, manca una vera Scuola, un vero riconoscimento professionale con relativi standard.
e pare che a nessuno interessi farla…